
Perché due persone che desiderano la stessa cosa ottengono risultati opposti? Con Abraham Hicks e Papaji accanto, la domanda si apre in due direzioni diverse. Sono due voci molto diverse: Papaji viene dalla tradizione indiana della non-dualità, Abraham Hicks dal mondo della legge dell’attrazione.
Alcune pensano, agiscono e ciò che vogliono arriva, senza troppi drammi. Altre fanno di tutto, si stancano, e a volte funziona e a volte no. Se ciò che desideriamo si crea solo con il pensiero, la differenza non si spiega. Se invece serve l’azione, resta un’altra domanda: quale? Non qualunque, perché anche chi si sfianca sta agendo.
È da qui che sono partita. Ho messo accanto voci molto diverse, non per scegliere la migliore ma per vedere cosa offre ciascuna. Poi ho aggiunto la mia esperienza, quella che porto anche nel lavoro con le persone.
Papaji e l’Advaita Vedanta: il desiderio nutre la mente
Papaji appartiene alla tradizione dell’Advaita Vedanta, la filosofia indiana della non-dualità, ed è stato allievo di Ramana Maharshi. Per lui esiste una consapevolezza silenziosa e senza confini, il Sé, ed è l’unica verità che conta. Il prima e il dopo, cioè passato e futuro, sono sempre mente.
In un suo discorso sull’amore e la beatitudine (bliss) è netto sul passato: “Past is a serpent, it will bite you.” Chi si aggrappa al passato, un giorno ne viene morso. Invece chi vive in questo momento, dice, diventa eterno. (video, minuto 17:19)
Il desiderio, per lui, nutre la mente: “Desire is the food of mind”. Anche la pratica fatta con ansia stanca, perché nasce dalla mente, che è movimento di pensiero, un fantasma e non ciò che siamo davvero. Quando un desiderio si realizza restiamo vuoti e felici, e quella felicità viene dal vuoto, non dall’oggetto ottenuto.
Per come lo ascolto io, questo cambia il modo di stare con ciò che arriva. Non corro dietro alle cose. Quando arrivano sono semplicemente felice, senza attaccamento. Se la vita le toglie, invece, non crolla niente, perché ciò che conta non è mai stato in loro. Quanto riesco a stare in questo dipende dal mio stato di coscienza in quel momento.
Abraham Hicks: il desiderio è il seme della creazione
Abraham Hicks è il nome con cui Esther e Jerry Hicks diffondono insegnamenti che Esther dice di ricevere da una presenza chiamata Abraham. È uno dei riferimenti più noti della legge dell’attrazione.
Per Hicks ciò che non vogliamo, il contrasto, fa nascere il desiderio, e il desiderio è il seme della creazione. Il percorso ha tre passi: chiedere, permettere abbassando la resistenza, poi agire in modo ispirato, senza sforzo. Infatti il desiderio non finisce mai, perché è ciò che fa espandere la vita.
Le radici e Mike Dooley
L’idea che il pensiero crei ha più di un secolo. Prentice Mulford la scrisse già nel 1889 in Thoughts Are Things, testo fondativo del movimento Nuovo Pensiero. Oggi la ritroviamo in Mike Dooley, autore americano che divulga la legge dell’attrazione. Una sua frase: “Thoughts become things… choose the good ones!” I pensieri diventano cose, quindi scegli quelli buoni.
Se ti interessa il quadro più ampio, ne parlo in La legge dell’attrazione.
Abraham Hicks e Papaji: dove convergono
Il desiderio che nasce dalla mancanza porta resistenza. Hicks la chiama blocco, Papaji la chiama mente. In entrambi i casi si riceve quando la mente smette di correre. Inoltre lo sforzo forzato non funziona né per l’uno né per l’altro.
Abraham Hicks e Papaji: dove dicono cose diverse
Le differenze riguardano prima di tutto il traguardo. Per Papaji è la fine del desiderio, per Hicks il desiderio è il motore della vita. Poi c’è l’azione: Papaji porta verso l’essere, Hicks e Dooley verso il pensare e il muoversi. Per questo non devo decidere chi ha ragione. Mi bastano più mappe.
La mia risposta: tre passi per creare senza forzare
Creare implica azione, e la qualità dell’azione fa la differenza. Ho osservato che chi crea con facilità agisce con entusiasmo, chiarezza e i piedi per terra. Invece chi si stanca agisce spesso da un posto di mancanza, forzando. Non è dimostrato: è ciò che vedo nella mia esperienza e in quella delle persone che accompagno.
Da qui nasce il mio processo 3C: Cancellare, Concepire, Creare. Te lo racconto con le parole di tutti i giorni.
Primo passo: silenzio mentale (Cancellare)
Osservo e so di essere consapevole. Questo porta pace, gioia e presenza, con zero fatica, ed è sempre disponibile. Sentirmi piena stando nel vuoto è la chiave per lasciar andare. Però è il primo passo, non l’intero cammino: restare solo in silenzio, senza mai muovermi, per me non ha portato risultati.
Secondo passo: concepire, cioè seminare
Dal silenzio lascio nascere un desiderio, con una condizione: non deve venire dal pensiero “voglio questo, perché senza mi manca qualcosa”. Deve suonare così: che bello sarebbe fare questo viaggio, che bello sarebbe trovare l’entusiasmo di allenarmi trenta minuti al giorno ed essere costante. È un seme leggero, che non cerca di colmare un buco.
Qui si lavora anche sulla sovranità interiore, perché la gioia smette di dipendere da ciò che arriva da fuori.
Terzo passo: creare
Ciò che arriva dopo ha due forme. A volte è un regalo, una sincronicità, un incontro. Altre volte mi muovo io in quella direzione, con entusiasmo e con i piedi per terra, da un posto di fiducia in me, nel processo e nel divino.
Un esempio. Due persone vogliono più clienti. La prima agisce con l’ansia: scrive a tutti, controlla i numeri ogni ora, a sera è svuotata. La seconda prima si ferma e sente cosa vuole davvero, poi si muove da lì: scrive a chi le viene in mente con piacere. Fa meno, ma con chiarezza.
Come capisco da dove sto agendo? Il segreto, per me, è agire senza aspettativa, da dove il corpo dice “fallo” perché farlo è un piacere. È ciò che Abraham Hicks chiama azione ispirata. Tolgo la forzatura e le aspettative, ma non lascio andare il piacere legato al desiderio, e lo vivo senza invidia.
E Papaji? Per come lo ascolto io, andrebbe oltre: il desiderio nutre la mente, e ciò che conta è tornare a ciò che sei prima di ogni desiderio. Io tengo insieme le due strade: il silenzio è il terreno, il piacere è la direzione.
Poi entra il lavoro di setacciare e selezionare. Ascolto il corpo, provo le opzioni che la vita mi mette davanti, prendo il tempo di verificare cosa funziona per me e tengo solo quello. “Choose the good ones” per me significa questo: scegliere non è fretta, è attenzione. Se una porta si chiude, credo che se ne apra un’altra migliore, al momento giusto.
Questo stesso percorso lo insegno anche con il metodo S.P.I.R.A.L. Manifest™, dove il modulo Creare è proprio questo: ricevere senza forzare.
L’universo sei tu
Nella mia esperienza l’universo non è qualcosa là fuori che risponde a richieste. Sono io, e ciò che vivo è in parte una proiezione di ciò che credo. Se una cosa la sento vera, tendo a trovarmela davanti. Se invece non ci credo, non la vedo, anche quando è lì.
Per questo non basta ripetere pensieri positivi. Lavoro sulle credenze negative, le bilancio con altre più larghe, e così amplio la mia mappa: più possibilità entrano nel campo, più ne riconosco.
Il desiderio è il seme, l’azione è la mano, il silenzio è il terreno.
Un dubbio che tengo aperto
Quando ricevo qualcosa che volevo, ricevo davvero ciò che avevo chiesto? Oppure la mente riconosce come risposta qualunque cosa arrivi e la chiama miracolo? Le credenze non sono l’unico fattore: contano i tempi, gli altri e cose che non controllo.
Quindi, se qualcosa non arriva, non significa che ho pensato male. Il pensiero che crea gli eventi resta per me un modello utile, non una legge con cui giudicarmi. Ciò che sento più solido è l’attenzione: con la mente quieta vedo più cose e scelgo meglio.
Un esperimento di una settimana
Ogni volta che ricevi qualcosa che volevi, scrivi che stato mentale avevi prima, se è arrivato ciò che avevi chiesto o qualcosa che gli somiglia, e cosa noti nel modo in cui lo racconti a te stessa. Conta anche ciò che non arriva. Alla fine il dato sarà tuo.
Una pratica di due minuti
Uno stagno mosso non riflette la luna. Quando l’acqua si ferma, la luna è già lì. Per questo, prima di rispondere a qualcuno, fai un respiro. Poi ascolta fino in fondo.
Se vuoi allenare questo stare fermi, prova l’esercizio Sei l’onda o l’oceano: dura trenta secondi.
Se hai deciso — anche solo per curiosità — che il piacere vale più delle scuse, hai due strade, entrambe leggere.
30-45 minuti, senza impegno, su quello che ti sta più a cuore adesso. Non è una vendita.
