
Sono sempre stata una persona flessibile. Mi adatto come il mare si adatta alla riva: prendo la forma di quello che c’è. Con i film francesi, poi, mi adattavo anche ai silenzi lunghi e agli amori complicati, convinta che fosse romanticismo. Col tempo ho capito che a volte quella flessibilità si chiama dipendenza affettiva. Succede quando ti pieghi così tanto che di te non resta più la forma.
Il corpo lo sa prima di te: la pietra nello stomaco
Il corpo se ne accorge prima della testa. Lui non risponde al messaggio e tu senti subito una pietra nello stomaco, le spalle che salgono, il respiro che si accorcia. Intanto il corpo reagisce come se fossi in pericolo vero, anche se in realtà c’è solo un telefono in silenzio.
Davanti al pericolo il corpo ha le sue strategie. C’è chi lotta e scrive dieci messaggi di fila, chi fugge e si butta nel lavoro, nelle pulizie, nel frigorifero, chi si blocca. E c’è chi compiace: sorride, si adatta, dice «va bene così», mentre dentro non va bene per niente.
Quando le parole non arrivano: la paralisi
Capita anche questo: vuoi dire quello che senti e le parole non escono. La gola si stringe, la mente si svuota, e dopo ti ritrovi a ripetere la conversazione che avresti voluto fare.
Il corpo si ferma quando non si sente al sicuro nel dire ciò che vuole, e le parole si imparano, una alla volta, con gentilezza. A volte basta cominciare da una sola.
Il corpo ti manda messaggi (e ti mostra cosa guardare)
Il corpo parla in tanti modi, e ognuno ti indica dove guardare:
- il collo rigido, che porta il peso di ciò che non dici
- il sonno leggero, con la mente che continua a lavorare
- la fame nervosa, che cerca conforto dove lo trova
- lo stomaco chiuso, che dice «qui qualcosa non torna»
Se un sintomo dura, parlane prima con il tuo medico. Poi, con calma, chiediti anche cosa sta cercando di dirti.
Elissomai: mi adatto, mi piego
In greco esiste una parola per questo: ελίσσομαι, elissomai. Significa «mi adatto, mi piego, mi avvolgo». Viene dalla stessa radice dell’elica, quella spirale che gira attorno a un asse. Pensa alla doppia elica del DNA: una forma bellissima, sempre in movimento intorno a un centro.
Adattarsi è una qualità, eppure il punto è attorno a che cosa ti avvolgi. Se giri attorno al tuo centro, è una danza. Se giri attorno all’altro, sei diventata il suo satellite.
Dipendenza affettiva: elissomai per paura o per resilienza?
Lo stesso verbo può nascere da due motivi molto diversi.
Elissomai per paura: mi piego per non perderti. Mi adatto ai tuoi silenzi, ai tuoi tempi, ai tuoi umori, perché dentro di me una voce dice che senza di te non ce la faccio. In questo caso la flessibilità è una difesa: mi muovo per restare, e intanto il mio centro si fa sempre più piccolo. Nella dipendenza affettiva è questo il movimento che si ripete.
Elissomai per resilienza: mi piego come il giunco nel vento, per attraversare la tempesta e rialzarmi. Mi adatto perché so dove sto andando, e la piega è un passaggio verso qualcosa di più grande. In questo caso la flessibilità è una forza: mi muovo per andare oltre, e il mio centro resta al suo posto.
Da fuori i due gesti si somigliano, perché in entrambi ti pieghi. Per questo la differenza sta in quello che senti dentro mentre lo fai. Dopo che ti sei adattata, ti senti più grande o più piccola?
Il camaleonte nella dipendenza affettiva
Il camaleonte è il maestro dell’elissomai per paura. Cambia colore per sopravvivere, e funziona benissimo, finché non ti accorgi che non sai più di che colore sei tu. Nella dipendenza affettiva succede questo:
- cambi gusti per piacere a lui
- ti ricordi i suoi programmi e dimentichi i tuoi
- leggi l’umore della stanza prima di decidere il tuo
- dici «come vuoi tu» anche quando vorresti qualcos’altro
Exelissomai: mi dispiego, mi sviluppo
Il greco ha anche l’altra parola, ed è bellissima: εξελίσσομαι, exelissomai. Si traduce «mi sviluppo, evolvo». Da qui viene la nostra parola evoluzione. Aggiungi quella piccola ex, che vuol dire «fuori», e la spirale smette di avvolgersi su se stessa e comincia ad aprirsi.
Quando elissomai nasce dalla resilienza, porta naturalmente a exelissomai: dopo la piega, ti apri. Pensa a un bocciolo di rosa. Si apre a poco a poco, al suo ritmo, perché dentro ha già tutto quello che serve. E ti restituisce anche le parole: dispiegarsi significa imparare a dire, un po’ alla volta, ciò che senti e ciò che desideri.
Se invece stai attraversando la fine di una relazione e fatichi a lasciar andare, ho scritto anche questo: perché hai capito tutto e stai ancora male.
La domanda di integrità
Prima di adattarti a qualcosa, prova a farti tre domande:
- Questo mi somiglia davvero?
- Se lo scelgo, sto bene anche domani mattina?
- Se nessuno lo sapesse e nessuno mi dicesse brava, lo sceglierei lo stesso?
Da dove cominciare: la gratitudine e l’autarchia
Comincia da un piccolo gesto: scrivi tre cose per cui sei fiera di te e tre per cui sei grata. Sembra poco, eppure è il modo più semplice per tornare a guardarti con occhi gentili, senza aspettare che lo faccia qualcun altro.
Così questo gesto ti porta verso quello che per me è il centro di tutto: l’autarkía, la sovranità interiore. Non è la autárkeia che dice «non ho bisogno di te». È un’altra frase: «sono intera con o senza di te, e scelgo di stare con te». Ne ho scritto qui: autarchia, la sovranità interiore che i greci chiamavano libertà.
Parti da lì: un piccolo gesto, una parola alla volta. Il resto si apre con il tempo.
Se hai deciso — anche solo per curiosità — che il piacere vale più delle scuse, il primo passo è semplice: due chiacchiere con me.
30-45 minuti gratuiti, per capire insieme come posso aiutarti.
